Nel giro di poche settimane la diffusione dell’arte “digitale” ha registrato una fortissima accelerazione : prima con l’aggiudicazione dell’opera “The First 5000 days” di Beeple a 60,250 milioni di dollari e poi con la messa in commercio delle patatine virtuali “CryptoCrisp”  e “NFTacoBells”.

Già da diversi anni, del resto, un vasto sottobosco del web segue con attenzione lo svilupparsi di questa rivoluzionaria forma d’arte : l’utilizzo degli NFT (non fungibile token) rendono infatti un’opera un unicum nel suo genere e come tale rientrate nel concetto di opera artistica.

La conseguenza è presto detta: un aumento esponenziale degli investimenti nella CryptoArt cui fa da contraltare una scarna, per non dire “ostile”, regolamentazione delle opere digitali.

Non è attualmente chiaro, infatti, quale siano le conseguenze giuridiche e fiscali connesse all’acquisto di un opera d’arte “digitale”, per non parlare delle problematiche a livello di sicurezza e tutela dell’acquirente.

In Italia l’Agenzia delle Entrate, con l’interpello n. 303/2020, si è limitata a dichiarare di non considerare il 3D un’opera d’arte (per cui, per es., non si riconosce l’IVA al 10% in caso di cessione) senza però prendere posizione su altri profili a ciò connessi.

A livello internazionale, la situazione non è affatto migliore per quanto autorevoli voci mettano in guardia la popolazione virtuale dei rischi presenti: per il momento, tutto quel che è “Crypto”, e quindi anche l’arte, naviga velocemente in acque sconosciute al diritto.

Vi è pertanto una difficoltà intrinseca nella ricerca di una corretta normativizzazione e l’assenza di interventi ad hoc non agevola la situazione, ma ciò non ferma gli artisti (e gli speculatori) che cavalcano con passione la positiva espansione di questo nuovo settore.

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